Un’indagine su 507 studenti universitari italiani e l’analisi di oltre 21.000 elaborati fotografano un fenomeno diventato quotidiano. Chi usa l’IA, per che cosa, e che cosa succede quando i software di controllo la trovano.
Nel giro di due anni gli strumenti di intelligenza artificiale generativa sono passati da curiosità tecnologica a strumento di scrittura ordinario. Nelle aule universitarie italiane il passaggio è avvenuto senza che nessuno lo annunciasse: nessuna circolare, nessun regolamento condiviso, nessun corso di formazione. Gli studenti hanno iniziato a usarli, e basta.
A misurare il fenomeno ha pensato Team CETU, agenzia di consulenza per la stesura di tesi attiva dal 2012. A giugno 2025 ha condotto un sondaggio anonimo su 507 studenti iscritti a corsi di laurea triennale, magistrale e dottorato. Al sondaggio l’agenzia ha affiancato l’analisi di oltre 21.000 elaborati accademici, verificati tra aprile 2024 e giugno 2025 con il software antiplagio PlagioScanner. I risultati completi sono raccolti nello studio sull’uso dell’IA negli atenei italiani.
I due lati della ricerca raccontano cose diverse. Il sondaggio dice che cosa gli studenti ammettono di fare. L’analisi dei testi dice che cosa i software trovano davvero.
Otto studenti su dieci hanno già usato l’IA
L’83% degli intervistati dichiara di aver usato almeno una volta strumenti di intelligenza artificiale generativa per un lavoro accademico. Quasi la metà (49%) li usa con regolarità. Solo il 7% non li ha mai aperti.
Il dato ribalta un’idea diffusa, quella dell’IA come scorciatoia per studenti in difficoltà. La percentuale d’uso cresce insieme al livello accademico: 83% fra i triennali, 84% fra i magistrali, 87% fra i dottorandi. A usarla di più sono gli studenti più avanzati, quelli che scrivono di più e che hanno più dimestichezza con la ricerca bibliografica.
Per area disciplinare, in testa ci sono Economia e Giurisprudenza (85%), in coda Lettere (79%).
Dalla scaletta al capitolo intero
Il grosso dell’utilizzo resta in una zona che quasi nessuno considera problematica. Il 44% degli studenti chiede all’IA idee e titoli, il 42% la usa per costruire una scaletta, il 36% per sistemare grammatica e stile. Sono operazioni che vent’anni fa si facevano con un correttore ortografico e una chiacchierata con il relatore.
Poi la scala si sposta. Il 26% ha fatto scrivere all’IA paragrafi o sezioni intere. Il 17% le ha chiesto di generare citazioni accademiche. E il 10% ammette di aver consegnato un elaborato interamente prodotto da un’intelligenza artificiale, senza scriverne una riga.
Fra gli studenti di Medicina la percentuale sale al 13%, il valore più alto rilevato. In un ambito in cui un’informazione sbagliata ha conseguenze concrete, è il numero che dovrebbe far riflettere di più chi valuta.
C’è un secondo passaggio che il sondaggio mette in evidenza: quasi uno studente su tre (29%) ha consegnato almeno una volta un testo generato dall’IA senza rileggerlo. Il 14% lo ha fatto più di una volta. Anche qui i dottorandi guidano la classifica, con il 52% che ammette di aver saltato il controllo finale.
Quando l’IA inventa le fonti
Gli studenti non sono ingenui rispetto ai limiti degli strumenti che usano. Il 47% ha riscontrato problemi di accuratezza nei testi generati, il 43% li ha trovati troppo generici.
Il problema più serio riguarda la bibliografia. Il 25% degli intervistati ha trovato nei testi prodotti dall’IA citazioni di articoli, libri o autori che non esistono. I modelli generativi producono riferimenti plausibili nella forma, con autore, rivista, anno e numero di pagina, ma senza corrispondenza nella realtà. Per una tesi, dove la bibliografia è il primo elemento che un relatore verifica, il rischio è evidente.
Nel 16% dei casi, riferiscono gli studenti, l’uso dell’IA ha portato ad accuse dirette di plagio.
Un vuoto di regole, non di consapevolezza
Il punto più critico della ricerca riguarda gli atenei. Solo il 18% degli studenti dichiara di aver ricevuto istruzioni precise sull’uso dell’IA nei lavori universitari. Il 42% parla di linee guida vaghe o assenti, il 28% di indicazioni insufficienti. Il 55% ritiene che l’università italiana sia in ritardo.
Il risultato è una zona grigia in cui ciascuno decide per conto proprio. L’89% degli studenti crede che i docenti siano in grado di riconoscere un testo scritto con l’IA, ma il 48% ritiene di saperne più dei propri professori. Chi valuta, secondo chi viene valutato, non ha sempre gli strumenti per capire come sono stati scritti i testi che corregge.
Su questo sfondo si spiega il dato sull’ansia: il 69% degli studenti teme che l’uso dell’IA venga scoperto, e il 28% si dichiara molto preoccupato. Non è solo paura di una sanzione, è incertezza su che cosa sia permesso.
L’analisi dei 21.000 elaborati aggiunge la misura oggettiva: l’incidenza media di contenuto generato da IA è pari al 18%, e in 177 casi (circa l’1% del campione) il software ha rilevato oltre il 90% di testo prodotto da una macchina. I valori più alti si concentrano negli atenei che erogano didattica a distanza, dove il rapporto con il relatore passa più spesso da uno scambio di file che da una revisione in presenza. Meno occasioni di confronto significano meno passaggi intermedi in cui un testo poco personale viene notato e corretto per tempo. Per chi studia online la verifica preventiva dell’elaborato non è un segnale di sfiducia: è il modo per recuperare quel controllo che la distanza rende più raro.
Similarità e rilevamento AI sono due controlli diversi
Qui nasce l’equivoco più diffuso fra gli studenti. Il controllo antiplagio e il rilevamento di testo generato da IA misurano cose diverse, e un elaborato può superare il primo e fallire il secondo.
Il controllo di similarità confronta il testo con archivi di pubblicazioni, pagine web e tesi già depositate, e restituisce la percentuale di sovrapposizione. Un testo appena uscito da ChatGPT ha spesso una similarità bassissima, perché quelle frasi non le ha mai scritte nessuno prima. Il rilevamento AI lavora invece sulla struttura statistica della scrittura: lunghezza delle frasi, prevedibilità delle parole, uniformità del ritmo. È il motivo per cui un testo può risultare originale al 98% e allo stesso tempo venire segnalato come prodotto da una macchina.
Gli atenei italiani usano in prevalenza Turnitin e Compilatio, ma lo studente non sa in anticipo che cosa il sistema riporterà al relatore. Da qui la diffusione dei servizi di verifica preventiva, che permettono di eseguire lo stesso tipo di analisi prima della consegna. Fra quelli in lingua italiana, due sono pensati per le tesi.
| ZeroPlagio | PlagioScanner | |
|---|---|---|
| Archivio di confronto | Oltre 80 milioni di fonti scientifiche, pari a circa l’80% degli articoli accademici pubblicati nel mondo | Oltre 80 milioni di documenti accademici, più contenuti web |
| Che cosa segnala | Similarità, parafrasi, citazioni errate e contenuto generato da IA | Similarità, parafrasi, citazioni e inclusioni, più testo generato da ChatGPT e altri modelli |
| Lingue | 129 | Italiano e principali lingue europee |
| Costo | 0,39 € a pagina (circa 250 parole) | 0,39 € a pagina (circa 250 parole) |
| Tempi del referto | Circa 13 minuti | Circa 10 minuti |
Entrambi i servizi (zeroplagio.com e plagioscanner.com) restituiscono un report con le porzioni di testo segnalate e forniscono un preventivo gratuito prima del pagamento.
Una precisazione doverosa: nessun rilevatore di IA è infallibile. Una ricerca della Stanford University pubblicata sulla rivista Patterns nel 2023 ha mostrato che questi sistemi producono falsi positivi soprattutto sui testi scritti da non madrelingua, dove la sintassi tende a quella regolarità che gli algoritmi associano alla generazione automatica. Lo stesso vale per la prosa molto formale, che in una tesi è la norma. Un referto va letto come un’indicazione da verificare, non come una sentenza: il suo valore sta nel mostrare quali paragrafi meritano una riscrittura, prima che li legga la commissione.
Sei regole per non rischiare la seduta
- Verifica ogni citazione. Se un riferimento non lo trovi su Google Scholar o nel catalogo della biblioteca, non esiste.
- Non delegare le parti che dovrai difendere. Metodologia, risultati e conclusioni sono quelle su cui la commissione fa domande.
- Chiedi al relatore che cosa è ammesso. Anche in assenza di un regolamento d’ateneo, una risposta scritta ti tutela.
- Rileggi e riscrivi. Un testo che non hai mai letto non lo puoi discutere.
- Controlla l’elaborato prima di consegnarlo, con un servizio che analizzi sia la similarità sia la presenza di contenuto generato.
- Diffida degli “umanizzatori” gratuiti. Riscrivono in modo meccanico, spesso alzano la percentuale di similarità e restituiscono un testo peggiore di quello di partenza.
Il confine tra supporto e sostituzione
Il 51% degli studenti intervistati considera l’uso dell’IA poco etico ma a volte necessario. Il 25% la giudica uno strumento utile per imparare. Il 14% la ritiene accettabile a una condizione: che nessuno se ne accorga. Solo il 10% la considera sempre sbagliata.
Sono numeri che dicono meno sulla moralità degli studenti e più sulla solitudine con cui molti affrontano la scrittura della tesi. Quando mancano indicazioni, scadenze intermedie e un interlocutore, l’IA diventa la risposta più rapida a disposizione.
L’alternativa alla delega a un algoritmo non è scrivere da soli a qualunque costo, ma avere qualcuno che legge il lavoro, lo corregge e lo rimanda indietro. È lo spazio in cui operano i servizi di consulenza per la tesi. Team CETU, che ha condotto lo studio, lavora in questo ambito dal 2012 e dichiara di aver seguito oltre 6.000 studenti fra triennali, magistrali, master e dottorati, con tutor assegnati per area disciplinare, consegne concordate a capitoli e nessun ricorso a strumenti di intelligenza artificiale nella stesura.
Il dato più utile della ricerca resta comunque il primo: l’83% degli studenti usa già l’IA, e solo il 18% ha ricevuto istruzioni su come farlo. Finché quel divario rimane, la domanda su che cosa sia lecito continueranno a porsela gli studenti, uno per uno, la sera prima della consegna.
Fonte dei dati: Studio Team CETU, giugno 2025 (sondaggio anonimo su 507 studenti) e analisi di oltre 21.000 elaborati verificati con PlagioScanner tra aprile 2024 e giugno 2025.